Al giorno d'oggi i termini capitalismo e capitale sono sulla bocca di tutti. Se però provassimo a chiedere a chi ne fa uso di darci una definizione di questi due concetti, anche fra i più colti con una buona probabilità ci troveremmo di fronte a una scena muta o - che è peggio - al classico luogo comune di stampo marxista spiattellato senza alcuna ponderazione di pensiero. Facciamoci un piccolo esame di coscienza: ce lo siamo mai chiesto cosa significasse VERAMENTE capitalismo e quando un sistema produttivo potesse definirsi tale? Forse no, il che probabilmente è anche dovuto alla già ricordata fortissima presenza nelle menti dei più della intuizione al riguardo, data per vera, di Marx.
Le definizioni di capitalismo proposte dai vari autori nel corso della storia del pensiero economico sono molteplici e fra loro anche molto differenti. Abbiamo già citato Marx e la sua nozione: egli intende per capitalismo un sistema produttivo basato sulla compresenza di proprietà privata dei mezzi di produzione e lavoro salariato, in cui cioè i capitalisti-proprietarî acquistano dai proletarî, in cambio di uno stipendio anticipato rispetto alla vendita del bene che dà loro diritto ad appropriarsi del ricavato, la forza-lavoro che a questo punto potranno impiegare nella produzione come meglio credono. Da tali premesse derivano poi a cascata le due teorie fra loro correlate del “plusvalore o sfruttamento” e della “caduta tendenziale del saggio di profitto”. Volendo riassumerle brevemente per chi non le conosce, possiamo dire che Marx individua con la teoria del plusvalore una sottrazione di lavoro al proletario nell’atto della produzione, momento in cui si genera il sovrappiù: in altre parole, il sovrappiù generato si deve ad una quota di lavoro, appunto il pluslavoro, che il proletario ha compiuto ma che il capitalista non ha remunerato (per ulteriori dettagli si rimanda a “Il capitale”). Nel cercare di massimizzare il proprio profitto però, il capitalista, dopo aver ridotto al minimo di sussistenza i salari e aver allungato il più possibile le giornate lavorative, finisce per investire in macchine e tecnologia che gli consentano di produrre a costi ancora minori e cioè in capitale costante, incapace di generare il plusvalore voluto. Per eterogenesi dei fini dunque, cercando di massimizzare il profitto, si è finito per farlo collassare inevitabilmente su se stesso. Si osservi che in Marx la caratteristica fondante del capitalismo resta il lavoro salariato, visto che la proprietà privata dei mezzi di produzione è sempre o quasi esistita. Ciò dunque porterebbe a definire capitalistici anche sistemi produttivi tradizionalmente chiamati “socialisti”, in cui cioè la proprietà dei mezzi di produzione è pubblica. L’equivoco in cui si può rischiare di cadere è dovuto al fatto che gli epigoni di Marx hanno troppo schiacciato il pedale sulla proprietà privata dei mezzi, perdendo di vista dunque il lavoro salariato, che nello stesso Marx è fondatore principale del sistema produttivo capitalistico.
Per contrastare la nozione marxiana di capitalismo, nella seconda metà dell’Ottocento la Scuola Neoclassica o Marginalismo ha inteso in maniera totalmente diversa capitale e capitalismo. Per Böhm Bawerk, eminente autore di questa scuola, si intende per capitale un qualsiasi strumento utilizzato per produrre il bene che ricerchiamo per soddisfare il nostro bisogno (es. del contadino e la fontana) e quindi per capitalismo qualsiasi sistema produttivo in cui si faccia uso del capitale, sopra definito. In questa descrizione di capitalismo il lavoro salariato è totalmente ininfluente: si può quindi parlare di capitalismo tanto per gli Egizi, che facevano costruire le piramidi a schiavi mediante sistemi di corde e carrucole, quanto per le moderne fabbriche, che impiegano operai stipendiati e nanotecnologie. Capiamo benissimo che la definizione marginalista è totalmente amorfa e priva di interesse teorico: a ben vedere infatti, non si potrebbe se non a fatica immaginare un sistema produttivo che non faccia uso anche dei più rudimentali strumenti, come può essere un ciottolo scheggiato per uccidere un animale.